Descrizione

Nuovi orizzonti di ricerca 2019

La felicità
Giovanni Salonia e Aldo Natale Terrin

In una cultura scettica e secolarizzata in cui non si vuole vivere di illusioni e neppure da “animali d’armento”, come ironizzava Nietzsche, si rimane stupefatti della longevità del mito della felicità. Dalla politica alla vita di coppia, dall’economia alla religione, dal lavoro al tempo libero, sempre compare la parola fatidica “felicità” come se fosse la panacea del buon vivere.

Soprattutto chi ha rigettato la religione non rinuncia alla felicità, come sostiene André Comte-Sponville: “Nessun bisogno di fede, nessun bisogno di speranza: noi siamo già nel Regno… Speranza e felicità sono due cose differenti, se non addirittura opposte. Tanto più si spera di essere felici quanto non lo si è”.

Sotto questo profilo la nostra cultura rimane profondamente legata alla riflessione del mondo antico. “Non c’è filosofo, tra gli antichi e i moderni, che non abbia parlato di felicità”, sostengono F. de Luise e G. Farinetti.
Peraltro ci si stupisce sulla qualità e la profondità del dibattito classico perché il tema della felicità è stato sviscerato da ogni lato, facendolo coincidere sostanzialmente con l’eudaimonia, ovvero con l’arte della vita (techne peri ton bion).

Dato che la filosofia antica non giocava con i concetti, ma era tutta presa dal problema del retto vivere secondo arethé, la felicità costituiva il problema più dibattuto.
Ne parlarono Platone, Aristotele, Epicuro, Seneca, Sesto Empirico, Plotino, Agostino, tanto per fare qualche nome. Pur nella girandola delle variazioni sul tema, tre paiono le lezioni imperdibili. La prima platonico-plotiniana metteva la felicità sul conto dell’intelletto. La seconda epicurea poneva la felicità nel seguire la natura di stampo
divino, mettendo tra parentesi la morte in quanto falso problema: perché quando c’è lei non ci siamo più noi e finché ci siamo noi non c’è lei. Questi primi due paradigmi sono antitetici in relazione al corpo, dannazione e felicità. Mentre il primo è tutto teso all’intelletto contro i sensi, il secondo declina la felicità con il piacere psico-
fisico. Il terzo paradigma invece è critico con entrambi i modelli precedenti ed è quello scettico di Sesto Empirico. Egli segnala che la ricerca della felicità è una bolla di sapone perché bisogna “sospendere il giudizio” non sapendo distinguere con
certezza nulla su ciò che non è evidente (Schizzi pirroniani, I, 8). La felicità consisterebbe in questa sospensione di giudizio sulla natura dei beni e dei mali, vivendo senza sforzo in tranquillità.

E oggi? Che cosa si dice della felicità? Salvatore Natoli ne dà uno schizzo sintetico. La felicità è attimo, è stato di grazia, sentimento di pienezza, è certezza del proprio benessere, è un sentimento non una riflessione, è dono che si riceve non è benessere che si acquista da soli, è desiderio, è moderazione, è uguale e diversa rispetto al dolore, non è bene impossibile, è buona sorte, favore della fortuna, è caso e conquista, è incertezza del risultato.
Soprattutto è armonia, accordo col mondo, sentimento della propria espansione senza eliminare l’alterità. Tante definizioni legate ai molteplici contesti e alle diverse situazioni emotive. Si potrebbe variare l’aforisma di L. Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere e godere di quanto la buona sorte ci offre”.
E la Bibbia e il cristianesimo? Si sono interrogati sulla felicità?
La lezione di Qoélet è vicina a Sesto Empirico perché invita ad apprezzare i beni che la vita concede e a non disperare di fronte ai mali. Le beatitudini evocate da Gesù con la promessa del centuplo di beni già in questa vita per chi ha il coraggio di seguirlo alludono ad uno stato di pienezza non ancora definitivo, che corre tra il già e il non ancora.

Oggi che ne è della felicità dal momento che non si crede più al Paradiso di lassù e siamo orfani quaggiù? Se ne parla in tutte le sedi, ma l’impressione è che, a fronte di un benessere diffuso, almeno in Occidente, sia prevalente il disagio e la fatica di vivere tra ansia e disincanto. Siamo diventati scettici, ma non scettici felici come raccomandava Sesto Empirico. Eppure non ci arrendiamo e continuiamo ad alimentare questo mito, sperando forse che un “dio ci venga a salvare” e che realizzi la nostra sete di totalizzazione. Per questo siamo tutti d’accordo con Agostino:
“Non vi è per l’uomo altra ragione del filosofare che quella di essere felice”.

Contenuto:

1. Presentazione (Roberto Tagliaferri)

2-3. Sulla felicità e dintorni (Giovanni Salonia)

4-5. Felicità e nostalgia del tutto (Aldo Natale Terrin)

6. Tavola rotonda con i relatori